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Padre Marzio Piccirillo
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Sono 350 anni che l'unica Parrocchia di Guardia, provincia di Benevento, dal titolo "Santa Maria
Assunta e San Filippo Neri", è affidata alla Congregazione dei Padri Filippini,
fondata da P. Marzio Piccirillo, un santo e illustre figlio di quella terra, che
il 30 agosto 1656 tornava alla casa del Padre.
La fine del secolo XVI
può, a ragion veduta, essere considerata come un tempo
importantissimo per i cristiani di Guardia Sanframondi, poiché la cittadina può
vantare il privilegio di aver dato i natali, in quel periodo, ad una creatura
che doveva segnarne, con la sua presenza, la storia nei secoli a
venire.
Le sue radici
Marzio
Piccirillo è nato agli inizi del 1598 a Guardia Sanframondi, durante il dominio
feudale di Marzio Carafa, duca di Maddaloni, mentre il Pontefice Clemente Vili
faceva da intermediario tra la Francia e la Spagna per firmare proprio in
quest'anno la pace di Vervius. All'età di 12 anni perse il papa Lucantonio, che
aveva avuto altri figli dalle due mogli prematuramente decedute. Sua madre
Laudonia Fiore lo tirò su con tenerezza ed energia. Gli insegnò ad essere umile,
ad amare Dio e i fratelli, e lo educò ad una devozione filiale alla Vergine
Assunta. Laudonia sopportò fatiche incredibili ed anche il distacco, per
permettere al figlio di studiare a Napoli e poter conseguire la laurea in
Diritto civile e canonico. La laurea lo portò nel 1623 prima a Marsico Nuovo,
dal compaesano il Vescovo domenicano Fra Timoteo Casillo, e poi a Roma dove fu
accolto dai Padri Filippini. Iniziò un lavoro di ricerca per i famosi
Annales del Cardinale Cesare
Baronio sotto la guida di Padre Cesare Bacilli.
Sacerdote e Arciprete
Padre Marzio ritornò a Guardia il 1625, prete
fresco di 27 anni con il titolo di Arciprete, dopo la rinuncia del suo
predecessore Bartolomeo Piccinini. Il Piccirillo, uomo saggio, d'animo buono e
caritatevole, si rese conto della miseria umana fatta di superstizione e
d'ignoranza: i poveri rassegnati a sopportare in silenzio le angherie dei ricchi
e potenti, i ragazzi che vagabondavano, le famiglie disgregate, le ragazze date
in moglie non per amore, la piaga dell'alcolismo e alcuni preti non
adeguatamente preparati. Bisognava trovare subito e per tutti nuove forme
d'apostolato.
Il suo Apostololato
II 1626 San Filippo viene proclamato patrono di
Guardia Sanframondi. Nel 1628 nasce prima l'Oratorio Secolare per gli uomini,
che dall'ascolto assiduo e familiare della Parola di Dio traggono ispirazione
per una vita cristiana più intensa. Segue l'istituzione delle Vergini Filippine,
per le donne nubili che volevano servire, tra le mura domestiche. il Signore e
consacrarsi a Lui. Il suo apostolato generoso porta il fratello Orazio a
seguirne l'esempio, ma anche alcuni sacerdoti diocesani incominciano a vivere
con Lui nella casa attigua alla chiesa matrice. E così che nasce il 30 giugno
1636 la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri con approvazione del
Vescovo Diocesano Mons. Sigismondo Gambacorta.
Il fervore religioso dei Padri Filippini influì
positivamente non solo nella comunità guardiese e nella Diocesi di Telese ma
anche nell'Arcidiocesi di Benevento guidata dall'Arcivescovo Giovanbattista
Poppa, padre filippino conosciuto dal Piccirillo durante la sua permanenza a
Roma e divenuto suo grande amico. Come sempre, chi opera, lascia e suscita
dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi. Il P. Marzio
sopportò umiliazioni e persino il carcere senza mai lamentarsi ma facendo fino
alla fine la volontà di Dio.
Unione perpetua tra
II 17 Agosto 1655 ìl Papa Alessandro VII
con la Bolla "SubPlumbo'' univa
in perpetuo la Parrocchia Santa Maria Assunta di Guardia Sanframondi alla
Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri.
Il 16 Maggio 1656, i Padri genuflessi fecero il
giuramento ed dessero il P. Marzio Preposito e Curato in
perpetuo.
La peste
II 1656 è ricordato dalla storia come l'anno della
peste introdotta a Napoli da un vascello proveniente dalla Sardegna: "co
soldati, che avevano da andare sopra i Francesi in Milano ". Il morbo si diffuse anche a Guardia e i Padri
accorrevano dai malati confortandoli nel corpo e nello spirito. Padre Marzio,
notte e giorno, con la parola e l'esempio, incoraggiava e soccorreva, non
pensava mai a se stesso al punto che la sera del 29 agosto 1656, tornando dalle
visite agli appestati, non ebbe neanche la forza di salire nella sua stanza: in
un angolo del refettorio gli prepararono un lettuccio. Vero pastore che dona la
vita per le sue pecore, anche lui era stato contagiato dal morbo
pestifero.
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BEATO GIOVENALE D'ANCINA
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Nato a Fossano
il 19 ottobre del 1545, il Beato Ancina giunse a Roma nel 1574, dopo aver
compiuto eccellenti studi a Montpellier, a Padova, a Mondovì ed a Torino, nella
cui Università si era laureato in medicina e filosofia, ed aveva insegnato per
tre anni esercitando al tempo stesso la professione.
Le ottime doti
letterarie e musicali che Padre Giovenale coltivò lungo gli anni si
intrecciavano alla profonda conoscenza della teologia, studiata a Roma seguendo
le lezioni di san Roberto Bellarmino e dei migliori teologi del Collegio Romano;
tanto che all’esame per l’episcopato papa Clemente VIII, alla cui presenza
l’Ancina sostenne la prova, affermerà di non aver mai udito un candidato di
tanta preparazione. L’umile Cesare Baronio - dei cui Annales Ecclesiastici
l’Ancina rivide le bozze per volontà di Padre Filippo - disse del confratello:
“un nuovo san Basilio”.
Giunto a Roma
nel 1774 al seguito del conte Madruzzi di Challant, ambasciatore sabaudo presso
il Papa, Giovanni Giovenale, che già nella natia Fossano aveva avuto forti
esperienze di fede, frequentò con interesse la predicazione di illustri
religiosi, sinceramente teso a conoscere la volontà di Dio circa la sua
vocazione. Nella primavera del 1576 arrivò all’Oratorio, e le parole che lì
ascoltò lo toccarono come mai prima gli era accaduto.
Lo testimonia
egli stesso nella lettera immediatamente inviata al fratello Giovanni Matteo,
che si trovava in Piemonte, nella quale leggiamo la freschezza di
quell’esperienza: “Da certi giorni in qua ho io preso nuovo stile, ed è che vado
alle ore venti all’Oratorio di San Giovanni de’ Fiorentini, dove si fanno ogni
giorno bellissimi ragionamenti spirituali sopra il Vangelo, e le virtù e i vizi,
e intorno alla storia ecclesiastica e alle vite dei Santi. […] Al fine si fa un
poco di musica per consolare e ricreare gli spiriti stracchi dai discorsi
precedenti. Vi prometto che è cosa bellissima e di gran consolazione ed
edificazione; e mi sa male che né voi né io sapessimo l’anno passato che si
facesse un si nobile e onorato esercizio. Or sappiate che quei che ivi ragionano
son persone qualificate, in sacris, di molto esempio e spiritualità. Hanno per
capo un certo Padre messer Filippo, fiorentino, e vecchio ormai sessagenario, ma
stupendo per molti rispetti; specialmente per la santità della vita, e mirabil
prudenza e destrezza in inventare e promuovere esercizi spirituali, come fu
autore di quella grande opera di carità che si faceva alla Trinità de’
Pellegrini quest’Anno Santo. […] Molti a lui corrono per consiglio, specialmente
quelli che sono per entrare in religione. E ho inteso che di già ha provvisto
per molti […] Parlai seco un pezzo nei giorni passati, introdotto da un suo
discepolo più caro e più mortificato degli altri [è Cesare Baronio]. Insomma, mi
vide e mi sentì volentieri, mi esortò sopra ogni altra cosa all’umiltà. Poi
volle che io mi preparassi bene per fargli una buona confessione generale, ciò
che sarà la prossima settimana. Indi mi darà il parer suo circa l’entrata in
religione e la vita solitaria. Dio voglia che anche voi siate con me, come una
volta, ma presto, col favore di Dio, affinchè quanto prima, spediti dalle cure
dei negozi secolari, abbracciamo, come sapete, una nuova vita. Frattanto vi
scriverò tutto quella che questo Santo uomo mi consiglierà nel Signore, da che
egli pernotta nelle orazioni…”.
Padre Filippo che scrutava gli animi, lo
fece attendere ben tre anni prima di additargli la strada della vocazione: non
l’Ordine certosino, dove egli pensava di entrare, ma l’Oratorio; e per suo
fratello pure. Nell’ottobre del 1580 fu accolto in Congregazione: dopo una vita
- 35 anni - trascorsa negli agi della sua condizione, Giovanni Giovenale si
dispose con pronta obbedienza ad un’umiltà a tutta prova, vissuta anche
nell’esercizio dei più bassi servizi, felice del suo nascondimento che gli
consentiva, in qualche misura, anche di rispondere alla sua propensione per la
solitudine. Ma il Padre non lo lasciò a lungo in quella condizione: dopo un anno
lo fece ordinare diacono e volle che iniziasse a predicare all’Oratorio. Fu di
fronte a queste prime esperienze che il Baronio disse: “Oggi noi dobbiam restare
molto obbligati al Signore, perché abbiam fatto l’acquisto di un nuovo
Basilio”. Con squisita sensibilità di animo e con profondi esempi di
pietà, Giovenale predicava i sermoni quattro volte la settimana, sempre
disponibile anche a sostituire coloro che ne erano impediti. Contemporaneamente
incaricato dell’insegnamento della teologia ai giovani studenti dell’Oratorio,
vi portò la sua preparazione, compiuta attraverso larghi studi, e ardente amore
per la Verità contemplata nella preghiera. Le sue lezioni, che si conservano in
gran parte manoscritte, rivelano la profondità della mente, la vastità della
conoscenza, l’umiltà nell’esporre. In una delle sue introduzioni sinceramente
affermava che avrebbe parlato non docendo, ma dicendo, anzi discendo, imparando
lui stesso la Verità “che tanto ci sublima”. Ordinato sacerdote il 9
maggio 1582 in San Giovanni in Laterano - il fratello G. Matteo in quello stesso
giorno fu ordinato diacono - sentì profondamente per tutta la vita la grandezza
e la responsabilità dell’Ordine ricevuto: “La considerazione della mia
indegnità, obbligata ad amministrare i Sacramenti e la Parola di Dio, che sono
gli uffici più nobili e più alti nella Chiesa - scriverà un giorno da Napoli a
Padre Filippo - mi ha fatto innanzi tempo incanutire”. L’amore che nutrì
per Padre Filippo fece di lui un discepolo degno del maestro. “Questa ammirevole
figura del servo di Dio - scrive il Card. A. Capecelatro nella Vita di S.
Filippo - è similissima figura di S. Filippo, e in certe particolarità la ritrae
così bene che nel guardar l’uno ti pare di veder l’altro… La vita del Giovenale
oratoriano fu mirabile. Pochi uomini avevano in sé una natura così capace di
imitare S. Filippo come lui; e pochissimi ne ebbero una volontà del pari
ardente. Gli bastarono poco più di cinque anni passati nella Congregazione di
Roma, per rendersi un perfetto discepolo del nostro Santo”.
Sono
numerose le testimonianze dell’affetto e della tenera devozione dell’Ancina
verso Padre Filippo: in una lettera da Napoli, datata 1 maggio 1587, gli
scriveva: “M’invita la festa di S. Filippo glorioso Apostolo a scrivere a Vostra
Reverenza, servus inutilis ad Dominum, et prodigus et nequam filius ad
indulgentissimum et optimum Patrem. […] Stamattina ho applicato il Santissimo
Sacrificio della Messa a Lei sola principalmente, ut Dominus conservet et beatum
faciat, donec videat filios filiorum…”; in un’altra, del 24 maggio 1591,
scriveva: “La gratissima lettera di Vostra Paternità mi ha fatto esclamare più
volte ad alta voce: unde mihi hoc? Tanto m’ha ripieno di consolazione e stupore
[…] Non ho concetti né parole sufficienti per ringarziarLa degnamente di tanto
onore e favore. […] Prego il Signore che mi faccia per l’avvenire degno di
ricevere simil favori mentre Ella vive e io mi sto così lontano dalla graziosa e
gioconda Sua presenza sempre fruttuosissima; sebbene, per la debita riverenza e
singolare affezione che Le porto, me la fo spesso presente […] Pater mi, Pater
mi, currus et auriga Israel, benedicite, et multiplicetur super me et super
omnes filios tuos caelestis benedictio tua, et super filios filiorum tuorum”. E
l’anno seguente, nella festa dei SS. Papia e Mauro “nostri protettori”, mentre
confida al Padre la propria preoccupazione per le condizioni di salute del
fratello Matteo - per il quale chiede indulgenza e “un poco di vacanza
dall’Oratorio” - assicura Padre Filippo di aver celebrato “per Vostra Reverenza
cum collecta pro Praelato et Congregatione sibi commissa”.
Una delle
ultime lettere a Padre Filippo, tra quelle che ci sono state conservate, data a
Napoli sul finire di gennaio 1593, esprime la gioia del figlio per la ricuperata
salute del Padre, e gli manifesta il suo animo: “Ora, prima che finisca del
tutto questo primo mese dell’anno già corrente, ecco che io, conforme al solito
e debito mio tributo annuale, mando a Vostra Reverenza la confermazione della
triplice mia proposta solenne, in buona forma e con lettere da potersi ben
leggere senza occhiali: Primo episcopari NOLO. Secundo ROMAM nec volo nec nolo.
Tertio super omnia OBOEDIENTIAM VOLO. Et hoc ipsum usque ad
mortem”. L’Oratorio fu per lui un’impronta che orientò ed alimentò la
sua vita ed il suo ministero. Tra le testimonianze che si possono cogliere nei
suoi scritti c’è anche una poesia, nella quale - con l’armonia di eloquio, di
ritmi e di suoni che rivela nell’Ancina il poeta ed il musico oltre che l’uomo
colto- egli canta lo spirito e il fine dell’Oratorio: l’intelletto umano, capace
di innalzarsi, attraverso l’esercizio della mente, alla conoscenza del creato e
della sua bellezza, “gran cosa è certo” (l’Umanesimo di Padre Filippo e della
sua scuola!), ma questa nobile impresa da sola non basta all’uomo se il cuore è
freddo o se languisce per l’assenza del “celeste ardore” (il fervore religioso e
la calda devozione della scuola di Filippo, in cui “si parla al cuore”!); se
l’uomo non attinge a quello spirito divino che solo può dare all’anima immortale
la gioia di cui è assetata e che lo conforta anche nell’ora del dolore, e se non
risponde con opere buone (l’impegno ascetico della proposta filippina!)
all’amore di Dio, nulla vale, tanto meno i beni del mondo ed ogni prestigio
umano. L’Oratorio, con i suoi sermoni familiari ed i suoi canti, è tutto in
questa ricerca di “perfezione” dell’umano ottenuta in dono mentre si sale per i
sentieri del “monte”, in cima al quale “tutto n’arde d’amor chi ‘n Dio s’adima”:
pienamente arde d’amore chi si inabissa nella comunione con
Dio.t.
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Beato Antonio Grassi
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Era nato a Fermo il 13 novembre 1592, e fin da fanciullo aveva condotto
una vita semplice ed austera, improntata a sincera devozione, educato dai Padri
dell’Oratorio della sua città. Entrò in Congregazione l’11 ottobre 1609 ed il 17
dicembre 1617 fu ordinato sacerdote; eletto ininterrottamente Preposito della
Comunità dal 1635 fino alla sua morte, esercitò il suo ministero nell’istruzione
catechistica e spirituale, nella carità verso gli infermi ed i carcerati, nella
cura dei fanciulli e dei giovani.
Anche a Roma, dove nel 1625 si recò pellegrino per il Giubileo, si
conobbero gli splendidi esempi di fede e di pietà che segnano tutta la sua vita,
alimentata dall’orazione e dal trasporto mistico. Quotidianità e momenti di
straordinarie esperienze spirituali si intrecciano nello svolgersi delle sue
giornate, e la gente, affascinata da quella semplicità misteriosa e profetica,
fu attirata al suo consiglio, soprattutto in confessionale, dove “bisogna
compatire, - diceva - aiutare, consolare”.
Fu “angelo di pace”, nel comporre numerose rivalità, e fu chiamato “padre
dei poveri” per la carità eroica con la quale tutto distribuiva, persino i
propri indumenti. Coltivò verso la Vergine una tenerissima devozione,
manifestata anche con i numerosi pellegrinaggi a piedi alla S. Casa di Loreto,
nel cui Santuario, il 4 settembre 1621, rimase prodigiosamente illeso da un
fulmine che pure bruciò le sue vesti. I Sommi Pontefici Clemente X e Innocenzo
XI lo tennero in grande stima, e personaggi famosi, tra cui l’oratoriano Card.
Colloredo, che organizzò il suo processo di beatificazione, videro in lui un
autentico modello di vita.
Ormai prossimo alla fine, ripeteva continuamente ai suoi figli
spirituali: “Oh che bella cosa morire figli di San Filippo!”. Assistito
spiritualmente dai suoi confratelli e dall’Arcivescovo di Fermo, che non si
mosse dal suo capezzale per tutti i giorni della sua lunga agonia, si addormentò
nel Signore il 13 dicembre 1671. La fama di santità che godette in vita, si
estese subito, in Italia e fuori, particolarmente in Germania, favorita da molti
miracoli ottenuti per sua intercessione. Il suo corpo è venerato in Fermo, sotto
l’altar maggiore della chiesa del Carmine.
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Beato Sebastiano Valfrè
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ll Beato Valfrè nacque a Verduno,
diocesi di Alba, il 9 marzo del 1629, da umile famiglia: quando il Duca Vittorio
Amedeo II nel 1689 lo volle Arcivescovo di Torino per le straordinarie qualità
dimostrate in oltre trent’anni di fecondo ministero, la modestia dei suoi
parenti, fatti venire appositamente dal Valfrè nella Capitale, gli servì per
sfuggire l’altissimo onore.
Compiuti con
successo, ma tra stenti e disagi, i suoi studi ad Alba, a Bra, e a Torino, dove
fece l’amanuense per mantenersi, entrò nel 1651 nella Congregazione
dell’Oratorio. Questa era stata fondata due anni prima da P. Pier Antonio
Defera, sollecitato dal Nunzio in Piemonte Alessandro Crescenzi, devotissimo di
S. Filippo Neri ed intenzionato a promuoverne il culto e le opere. P. Defera,
con il sacerdote Ottavio Cambiani, figura modesta per doti naturali, ma di
intensa vita spirituale, aveva iniziato l’Oratorio nello stile di semplicità
evangelica che una cronaca manoscritta 18 descrive in questi termini: “Il
capitale loro fu la virtù e la confidenza in Dio; poveri di roba, ma ricchi di
devozione, assistevano all’angusta chiesetta [ricavata in una bottega presa in
affitto in casa Blancardi, presso la chiesa di S. Francesco d’Assisi] con cuore
ampio e con fervore di spirito”.
La Comunità e
gli esercizi dell’Oratorio si trovarono in piena crisi, dopo un anno e mezzo di
vita, quando P. Defera l’11 settembre 1650, all’età di trentaquattro anni, morì:
aveva dato l’avvio ad uno straordinario ministero di predicazione - non solo in
chiesa, ma anche “discorrendo qua e là per la città” -, di confessioni, di
visite agli ospedali ed alle carceri, facendo rivivere tra i Torinesi lo spirito
dell’Apostolo di Roma. Il progetto sarebbe naufragato se il giovane suddiacono
Sebastiano Valfrè, otto mesi dopo la morte del Fondatore, non si fosse
presentato a P. Cambiani per chiedere di essere ammesso in quella Congregazione
di un solo soggetto, povera di mezzi, sull’orlo della chiusura. Era un povero,
Sebastiano, e non gli fece paura la povertà dell’istituzione: vide, anzi, in
essa l’ambiente più adatto ad un dono senza riserve. Amò quella Comunità con
tutto se stesso dedicandosi ai più umili lavori ed intraprendendo nel contempo,
sulle orme del P. Defera, un’azione pastorale di incredibile
dedizione.
Si formò
perfettamente allo spirito di S. Filippo e lo visse con slancio per tutto il
resto della sua vita, fino agli ottant’anni, quando si spense, il 30 gennaio
1710, nella sua piccola camera, ingombra delle carte di studioso - si addottorò
nel 1656 in Teologia all’Università di Torino - e piena di imballaggi di
vestiario e di viveri per i poveri, amati e serviti da P. Valfrè con la
dedizione di un servo fedele. Lo assistette nell’agonia Sua Altezza Reale il
Duca Sovrano di Piemonte, che svolse personalmente l’ufficio di infermiere nelle
più umili mansioni. Anche l’ultima malattia che lo avrebbe condotto alla morte
fu fervida testimonianza della fedeltà di P. Valfrè ai suoi impegni: il 24
gennaio aveva predicato alle monache di S. Croce e si era recato subito dopo
nelle carceri a confortare un condannato a morte; corse verso casa, per arrivare
in tempo, e si inginocchiò in chiesa per la Benedizione Eucaristica, passando
poi immediatamente nel freddo ambiente dell’Oratorio per gli esercizi della
comunità; febbricitante, il giorno seguente celebrò la Messa ed accolse per la
Confessione molte persone, ma fu costretto a mettersi a letto; trascorse i pochi
giorni che gli rimanevano su questa terra attendendo alla continua visita di
penitenti e di amici, e spirò verso le otto del 30 gennaio.
La sua salma,
esposta nella chiesa, attirò tutta Torino che voleva ancora salutare quel prete
che per sessant’anni aveva percorso le strade e le piazze della città facendo il
catechismo e sollevando ogni genere di povertà, con la stessa dedizione con cui
a Corte svolgeva l’ufficio di Confessore della Real Famiglia, e nelle carceri,
negli ospedali, nella cittadella e sui bastioni, durante la guerra, infondeva
coraggio e testimoniava la carità del cristiano. Uomo di preghiera intensa e
nutrito di contemplazione, attinse dalla sua ottima preparazione intellettuale e
dalla fervida esperienza spirituale lo zelo della predicazione. Aveva iniziato,
giovane diacono, ad annunciare il Vangelo nella cappella dell’Oratorio in Casa
Blancardi, ed aveva continuato come Prefetto dell’Oratorio e come Preposito
della Congregazione; chiamato incessantemente in conventi e monasteri, in chiese
parrocchiali ed in vari istituti di carità mai rifiutò il suo
servizio.
Ma il suo
desiderio di annunciare la Parola del Signore lo portò anche fuori da questi
ambienti convenzionali: alla scuola di P. Filippo aveva appreso il metodo del
colloquio personale e della parola pronunciata “alla semplice” - come ricordano
i primi biografi - nell’incontro con ogni genere di persone, per le vie e sulle
piazze: per quarant’anni in Piazza Carlina, fece catechismo ai mercanti di vino
ed ai loro clienti iniziando, in un gruppetto, a parlare di qualche argomento
interessante, e rispondendo alle domande di quelli che si lasciavano coinvolgere
nel discorso. Fu lui a celebrare in Torino, nel 1694, per la prima volta in
Italia e forse nel mondo, la festa del S. Cuore di Gesù, che sarebbe stata
ufficialmente istituita soltanto cento anni più tardi.
Anche i ragazzi
furono campo in cui l’Apostolo del catechismo esercitò la sua missione; tra i
suoi scritti di valore, lasciò un testo di catechesi che sarebbe servito alla
Chiesa per molto tempo. Una tale dedizione al servizio dell’annuncio potrebbe
lasciar pensare che poco tempo restava al Beato per occuparsi di altre attività.
Egli, invece, si presenta non meno eccellente come Apostolo della carità.
Conobbe i problemi e le necessità soprattutto dei più poveri nel contatto
diretto con essi, fu attivamente partecipe di tutte le iniziative di bene che in
Torino fiorivano, ma fu soprattutto la cura che personalmente dedicò alle
numerose situazioni di immediato bisogno ad attirargli il cuore della Città:
quante volte fu visto - e sono i soldati di ronda a darne testimonianza -
passare durante le notti per le strade a caricarsi sulle spalle poveri cenciosi
per condurli in qualche ricovero, o salire furtivamente le scale di misere case
per depositare davanti alla porta pacchi di viveri e di indumenti. Non vi fu
categoria di bisognosi in Torino che non abbia ricevuto il suo aiuto
concreto.
La stima di cui
godeva a Corte, dove il Duca lo aveva nominato Confessore affidandogli in
particolare la formazione spirituale dei figli, diedero a P. Valfrè la
possibilità di svolgere un’azione anche sociale e politica. Consigliere tra i
più ascoltati del Duca, a cui P. Sebastiano ricordava anche per iscritto che la
giustizia deve precedere la carità, il Beato esercitò una profonda influenza
sulla società sabauda, in un’epoca travagliata da guerre, da conflitti
giurisdizionali, da rapporti difficili con le minoranze valdesi e con gli Ebrei.
Nelle complesse vicende di conflitto istituzionale fra la Corte Sabauda e la
Sede Apostolica, P. Valfrè si rese conto della impellente necessità che i
Rappresentanti diplomatici di Roma fossero ecclesiastici formati culturalmente
ma anche nello spirito. Fu lui a suggerire la fondazione della Scuola di
formazione che prepara il personale diplomatico della Chiesa: la Pontificia
Accademia Ecclesiastica non ha dimenticato l’opera di colui che la ispirò, ed
anche in occasione del suo III centenario, solennizzato il 26 aprile 2001 con
una grande celebrazione nella Basilica Vaticana, lo ha
ricordato.
Il 15 luglio
1834 Gregorio XVI iscriveva P. Valfrè nell’albo dei Beati. Accanto all’altare in
cui riposano le spoglie mortali del B. Sebastiano, è stata posta per lunghi anni
la cattedra dell’insegnamento catechistico, dalla quale l’invito costante di P.
Valfrè sembrava ancor risuonare: “Catechismo, catechismo…!”.
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Beato Josè Vaz
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La vita del Beato José Vaz, sacerdote dell’Oratorio di Goa ed
evangelizzatore di Ceylon (oggi Sri Lanka), parafrasando il titolo di una sua
biografia, potrebbe essere sintetizzata in questi termini: “l’epopea di un uomo
libero che si fa schiavo per evangelizzare”.
Nell’omelia della Messa di beatificazione, celebrata a Colombo il 21
gennaio del 1995, Giovanni Paolo II affermava: “In considerazione di tutto ciò
che P. Vaz fu e fece, di come lo fece e delle circostanze nelle quali riuscì a
svolgere la grande opera di salvare una Chiesa in pericolo, è giusto salutarlo
come il più grande missionario cristiano che l’Asia abbai mai avuto”.
Ebbero coscienza di questa straordinaria grandezza già i suoi
confratelli, uno dei quali, il P. Saldanha, scriveva a Goa il 17 gennaio 1711,
mentre P. Vaz era esposto alla venerazione dei fedeli nella chiesa cattolica di
Kandy: “Il 16 gennaio si è spento il venerabile P. Vaz, Vicario generale di
questa missione e padre dei missionari. Il dolore e la desolazione causati dalla
sua perdita sono grandissimi e non possono sufficientemente essere descritti
perché egli fu veramente un sacerdote santo”.
Da vent’anni P. José si era
introdotto clandestinamente a Ceylon, oppressa dalla dura persecuzione scatenata
contro i cattolici dai fanatici Calvinisti dell’Impero Olandese. Quando vi
giunse, privo di alcun mezzo umano, in abito da schiavo ed effettivamente
mendicante, non trovò più sacerdoti - tutti erano stati uccisi o espulsi
dall’Isola -, vide le chiese profanate o distrutte ed i fedeli dispersi,
terrorizzati dalla minaccia di morte; quando chiuse i suoi giorni terreni,
lasciò una missione di 70.000 ferventi cattolici, quindici chiese, quattrocento
cappelle. Questo piccolo uomo, con la sua santità di vita ed il suo zelo
apostolico, aveva ristabilito in Ceylon una Chiesa con radici così profonde che
le successive tempeste non sarebbero riuscite a scuoterla.
Era nato in India, nel villaggio materno di Benaulim, territorio di Goa,
il 21 aprile 1651, in una famiglia cristiana dal XVI secolo, di cognome
portoghese ma discendente da Bramini Konkany. Fu sicuramente il fervore di fede
della sua casa a far maturare in José la vocazione sacerdotale; un fervore che
continuò anche dopo la partenza di P. Vaz, dal momento che tutti i suoi nipoti
divennero sacerdoti e la famiglia si estinse: “si era immolata a Dio”. Compiuti
gli studi preparatori, José si trasferì all’Università dei Gesuiti in Goa per la
formazione umanistica e poi al Collegio domenicano di S. Tommaso d’Aquino per la
filosofia e la teologia, ricevendo l’Ordinazione nel 1676. Ritornato nel suo
villaggio natio, iniziò ad esercitare il ministero sacerdotale, ma per poco
tempo: l’esempio di fede e la preparazione culturale di P. José richiamarono
l’attenzione, ed egli fu invitato a predicare nella cattedrale, e a dedicarsi
nella metropoli al servizio delle Confessioni e della direzione spirituale, alla
quale si affidarono anche illustri personaggi. L’ardore missionario che lo
animava gli fece scoprire, in quel tempo, la triste realtà di Ceylon ed avrebbe
voluto recarvisi; le autorità della Diocesi lo inviarono invece nel Kanara,
territorio dell’Arcidiocesi di Goa, dove la Santa Sede aveva eretto un Vicariato
Apostolico, ma dove si era scatenata da tempo una triste contesa di competenze e
giurisdizioni.
La vita cristiana dei fedeli ne era turbata e compromessa, e lo scandalo
prodotto dalle controversie si diffondeva anche tra i pagani. Per riconciliare i
Pastori era necessaria una grande umiltà, e per rianimare i fedeli occorreva una
straordinaria dedizione: a P. Vaz non mancarono né l’una né l’altra e quando,
nel 1684, egli lasciò l’incarico di Vicario Apostolico, la penosa situazione
poteva dirsi appianata. Nella solitudine e nell’ombra in cui l’ingratitudine lo
lasciò dopo il suo rientro nella metropoli, P. José sentì più forte il desiderio
di entrare in qualche Ordine religioso, ma dovette ancora una volta cercare una
soluzione, dal momento che tutti gli esistenti ricevevano tra le loro file solo
candidati di origine europea. Tentativi di istituire Comunità indigene vi erano
stati, ma erano falliti; a Goa, però, con il permesso dell’Arcivescovo, tre
sacerdoti indiani avevano iniziato la vita comune presso la chiesa di S. Croce
dei Miracoli, sul Monte Boa Vista, e P. José chiese di farne parte. Eletto
Superiore, ne fu il vero fondatore, in quanto non solo diede alla Comunità una
nitida fisionomia spirituale, ma trovò anche la forma giuridica che le
permetteva di continuare. Della Congregazione di San Filippo Neri era giunta
notizia dal Portogallo, dove l’Oratorio era fiorente e fervidamente missionario;
a Padre de Quental, il 9 gennaio 1686, si chiesero le Costituzioni e indicazioni
sulla nuova fondazione.
La fama di santità dei preti di Boa Vista si diffuse rapidamente, ed al
ministero nella loro chiesa essi, animati dal fervore missionario di P. Vaz,
aggiunsero ben presto un intenso apostolato nelle campagne. L’impresa della
fondazione e poi del riconoscimento canonico non fu facile, ma già una Bolla di
Clemente XI il 26 novembre 1706 confermava la fondazione e ne elogiava
l’operato. Nell’aprile 1709 un documento, conservato nell’archivio della
Congregazione di Roma, firmato dai PP. Giovanni da Guarda e Antonio de Attaide,
dell’Oratorio di Lisbona, attesta che “nell’India Orientale, in Goa, è stata
eretta dall’autorità Regia e Ordinaria e confermata da S. S. Clemente XI la
Congregazione dell’Oratorio del nostro S. Padre Filippo Neri”.
Sul finire del 1686, mentre la Comunità, ricca di vocazioni e di buoni
frutti, già poteva reggersi senza di lui, P. Vaz sentì che era giunto il momento
di rispondere alla mai sopita vocazione a favore dei cattolici di Ceylon sempre
più abbandonati. Non c’erano altri sacerdoti asiatici disposti ad impegnarsi
personalmente a servire una Chiesa perseguitata e languente, e P. José si
sentiva interiormente chiamato. Rivelò il segreto del suo piano soltanto a P.
Pascoal, a cui aveva chiesto di sostituirlo, e partì in compagnia di Giovanni -
un ragazzo che lo avrebbe seguito fino alla fine con amore di figlio - cercando
il modo di entrare nell’Isola. Deposto il suo abito, adottò quello degli schiavi
e dei mendicanti, e dopo alcuni mesi di faticosi tentativi riuscì a sbarcare
sulla costa di Ceylon. Qui cadde immediatamente ammalato, e per alcuni giorni
giacque sul ciglio della strada, con Giovanni anch’egli in preda alla febbre;
sarebbe morto di stenti se alcune donne non l’avessero soccorso con un po’ di
cibo. Pur nel timore di essere scoperto, iniziò la ricerca dei cattolici, la
maggior parte dei quali, sotto la sferza della persecuzione, aveva assunto
esteriormente gli usi calvinisti e non osava esporsi. P. Vaz adottò allora un
sistema coraggioso: si pose al collo, sul petto nudo di mendicante, la corona
del Rosario, ed incominciò a bussare di porta in porta, chiedendo
l’elemosina.
Tra l’indifferenza dei buddisti e degli induisti, notò qualcuno che
guardava con interesse quel segno della pietà cattolica: incominciò da una
famiglia, e quando fu sicuro della sua fedeltà rivelò la propria identità. Fu
quello l’inizio della rievangelizzazione dell’Isola, proseguita nel villaggio
sicuro di Jaffna, per due anni, nell’esercizio segreto del ministero, con la
celebrazione notturna della Messa e l’ascolto di quelli che a lui si rivolgevano
per la Confessione ed il colloquio spirituale. Il rifiorire della Comunità
attirò l’attenzione delle Autorità olandesi ed il governatore, intenzionato a
stroncare quella ripresa, assegnò laute ricompense a chi avesse consegnato il
sacerdote.
Ma nessuno tradì P. Vaz, che fu anzi messo in salvo mentre si scatenava
contro i fedeli l’ira dei Calvinisti: non pochi furono i martiri, e molti
cattolici finirono in prigione i loro giorni. All’interno dell’Isola, dove P.
Vaz fu fatto fuggire, sul piccolo stato di Kandy ancora formalmente autonomo,
dove vivevano molti cattolici che mai avevano incontrato un sacerdote, regnava
Re Vilamadharma Surya. Gli agenti calvinisti prevennero l’arrivo del Padre
diffondendo false voci che lo presentavano come spia dei Portoghesi; ed il piano
funzionò: appena giunto, P. Vaz fu imprigionato. Il Re di Kandy tuttavia, che,
pur essendo buddista, non approvava l’incarcerazione di quello straniero
dall’indole profondamente spirituale, conobbe attraverso i sorveglianti la
santità di vita del prigioniero e gli divenne amico, trasmettendo anche a suo
figlio, Narendrasinha, la venerazione con cui, succeduto al padre, egli trattò
il sacerdote cattolico. P. Vaz ebbe così la possibilità di predicare e di
diffondere la fede in tutto il regno, percorrendone a piedi il territorio e
dovunque ristabilendo la presenza della Chiesa.
L’epidemia di vaiolo scoppiata nel 1697, per testimonianza dello
stesso re, avrebbe completamente distrutto la popolazione se la carità e
l’intelligenza di P. Vaz non avesse provveduto a curare i malati e a dettare
norme igieniche che di fatto contennero il contagio. In quello stesso anno erano
giunti a Ceylon dall’Oratorio di Goa, con il quale P. Vaz era in costanti
rapporti epistolari, i PP. José de Menezes e José Carvalho; alla morte di Padre
Vaz dieci missionari lavoravano in quelle terre, imbevuti del suo spirito e
preparati a proseguire l’opera, per la quale egli formò anche dei laici
affidando loro la cura di molte disperse comunità. Ogni villaggio era stato da
lui incoraggiato a costruirsi la propria cappella, ed un Annavi, in qualità di
catechista, vi curava la formazione del popolo servendosi dei manuali che P.
Vaz, mediante lo studio del tamil e del singale, aveva composto in lingua
locale. Le radici profonde della Chiesa dello Sri Lanka affondano nell’azione di
questi apostoli laici, non meno che in quella dei sacerdoti.
Bramino per nascita e per tradizione familiare, asceta assolutamente
povero e disposto ad ogni sacrificio, P. Vaz realizzò, senza forse rendersene
conto, la più felice unione dell’ascetismo orientale con la spiritualità
cristiana. Il lavoro incessante e le privazioni di ogni genere avevano stremato
il suo fisico; non gli rimaneva neppure la forza di muoversi. Nella notte del 15
gennaio, ricevendo il Viatico, ai Padri che gli chiedevano l’ultimo ricordo
disse: “Ricordate che non si puo’ facilmente compiere al momento della morte
quello che si è trascurato di fare per tutta la vita”, e tenendo in mano una
candela, con il nome di Gesù sulle labbra chiuse il suo pellegrinaggio
terreno.
Il Preposito dell’Oratorio di Goa scrisse la prima vita di P. José nel
1723, e nel 1732 Papa Benedetto XIV autorizzava l’introduzione del processo
canonico di beatificazione. Già nel 1753 l’Oratorio di Venezia faceva pubblicare
in italiano “L’Apostolo di Ceylan. P. Giuseppe Vaz della Congregazione
dell’Oratorio di S. Filippo Neri”. Ragioni di carattere prevalentemente politico
ritardarono la beatificazione di questo straordinario missionario, venerato come
santo da tutto il popolo. Fu durante la prima visita apostolica di un Successore
di Pietro in terra srilankese che Giovanni Paolo II poté finalmente decretargli
l’onore degli altari.
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Venerabile Card. Cesare Baronio
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ll Ven. Cesare Baronio, che P. Filippo nel 1593 volle suo successore, e
che amò per le sue altissime virtù, pur nella diversità del temperamento, iniziò
ventenne a frequentare l’Oratorio in San Girolamo della Carità.
Era nato a Sora, regno di Napoli, il 30 ottobre 1538 e
giungeva a Roma dopo i primi studi compiuti a Veroli ed una breve esperienza di
studi giuridici a Napoli. Aveva lasciato la capitale del Regno e si era
trasferito a Roma, turbato dalla prospettiva di una guerra tra Spagnoli e
Francesi, ma anche attirato, sicuramente, da questa communis patria. Abitando
con un compagno di studi in Piazza del Duca, ora Piazza Farnese, a due passi da
S. Girolamo, mentre frequentava alla Sapienza la scuola del grande giurista
Cesare Costa, trovò in P. Filippo il vero maestro della sua anima.
Racconterà più tardi che la prima volta che lo incontrò
restò tanto colpito dalla dolce carità e dalle sante parole di P. Filippo, che
decise di non lasciarlo più. “E, subito che cominciò a praticare col Santo, Dio
gli comunicò tanta abbondanza di spirito e disprezzo di questa terra, che, se
Filippo non gli avesse comandato per obbedienza di continuare gli studi di
legge, avrebbe lasciato il mondo e si sarebbe ritirato in qualche stretta
religione per servire più perfettamente a Dio […] Ma il Beato Padre non gli
volle mai dar licenza, dicendogli che il Signore voleva altro da
lui”.
Il 5 gennaio del 1558, vigilia dell’Epifania del Signore,
nella cameretta di Filippo colma di persone, il Padre comandò improvvisamente a
Cesare di dir qualcosa sulla prossima festa. Non aveva mai parlato in pubblico,
ma gli riuscì bene. Filippo iniziò da quel momento a curare intensamente la vita
spirituale del discepolo, occupandosi soprattutto della sua umiltà e
sottoponendolo a duri esercizi di mortificazione interiore, compiuti dal Baronio
con grande libertà di spirito. Continuavano i suoi interventi all’Oratorio, con
una particolare predilezione per i temi della morte e dell’aldilà, quando P.
Filippo volle che il Baronio si dedicasse a trattare la storia della Chiesa; lo
farà per trent’anni, riprendendo dall’inizio, ogni quattro anni, la sua
esposizione.
Il 16 dicembre 1560 scrisse alla famiglia la sua decisione
di prendere gli Ordini sacri e nei giorni seguenti fu ordinato suddiacono. In
una lettera del 21 maggio 1561 annunciava al padre: “ieri sera per grazia del
Signore compii il mio dovere e ho soddisfatto il vostro desiderio, e fui
addottorato in civile e in canonico…”, tralasciando però di dire che subito
aveva lacerato l’attestato dottorale e distrutto il libro di poesie che aveva
scritto. Sarà ordinato sacerdote il 27 maggio 1564, primo dei discepoli di
Filippo, per la chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, avendo rinunciato al buon
canonicato che la Chiesa di Sora gli offriva; di qui in poi la sua vita è
totalmente intrecciata al sorgere ed allo sviluppo della
Congregazione.
Nell’aprile del 1577 con i confratelli di S. Giovanni si
trasferisce alla Vallicella: mentre pronuncia l’ultimo sermone, una misteriosa
colomba, entrata nell’Oratorio, ne attende la conclusione; poi vola verso la
nuova dimora dei Padri. A partire dal 1589, per decisione della Congregazione,
inizia la pubblicazione degli Annales ecclesiastici, frutto del meticoloso
studio con cui P. Cesare preparava i sermoni dell’Oratorio, e di varie altre
opere, accolte con unanime favore, tra le quali il Martirologio che la Chiesa ha
usato fino alla nuova edizione del 2001 e per la quale il testo baroniano ancora
funge da base. Mentre cresceva la sua fama di studioso e P. Filippo non mancava
di esercitarlo nell’umiltà, in tutti i modi possibili, cresceva nella stessa
misura nel piissimo sacerdote l’anelito di un cammino di perfezione sempre più
intenso: lo spirito di orazione e di penitenza, l’esercizio delle virtù - umiltà
e carità, in primo luogo - le fatiche apostoliche continuate anche tra
l’incessante lavoro intellettuale e varie infermità (da alcune del-le quali fu
miracolosamente guarito ad opera di P. Filippo: quella del 1572, in particolare,
da cui Cesare uscì per l’ardente preghiera di P. Filippo che disse a Dio:
“Restituiscimelo, lo voglio!”) sono accompagnate da doni soprannaturali che
accreditano a P. Cesare una immensa stima.
Nel 1593 P. Filippo lo scelse, come abbiamo ricordato, dopo
la partenza del Tarugi per Avignone, per suo successore e nel luglio, per
espressa volontà del Baronio, la Congregazione tenne le elezioni dalle quali
all’unanimità uscì eletto Preposito. L’anno seguente Papa Clemente VIII volle
conferirgli una dignità ecclesiastica, ma il Baronio, gettandosi ai piedi di
Padre Filippo ottenne di esserne liberato; non potè tuttavia rifiutare la nomina
di confessore del Papa, che gli diede modo di influire beneficamente sulle
decisioni del Pontefice riguardo alla riconciliazione di Enrico IV di
Francia.
Padre Filippo è ormai avviato alla fine dei suoi giorni
terreni; sarà P. Cesare a chiedere l’ultima benedizione del Santo sulla sua
famiglia. Da questo momento il Baronio, che già per tre volte era riuscito a
rifiutare vari vescovadi, è costretto ad accettare la nomina di Protonotario
apostolico, e nel 1596, appena rieletto Preposito per il secondo mandato,
dovette accettare la Sacra Porpora in obbedienza al Papa, che gli assegnava il
titolo presbiterale dei SS. Nereo ed Achilleo, l’antica Basilica che egli aveva
scelto proprio perché fatiscente e bisognosa di restauri. Nominato Bibliotecario
di S. R. Chiesa, visse poveramente in Vaticano, conservando “in saccoccia” la
chiave della sua camera nella Vallicella, “amato nido” dove, ogni quindici
giorni, continuò a sermoneggiare all’Oratorio.
L’Anno Santo del 1600 lo vede umile servo dei pellegrini
poveri, a cui aprì la sua casa, trascinando con il suo esempio i più alti
dignitari ecclesiastici. Alla morte di Papa Clemente, nel Conclave del 1605, fu
assai vicino ad essere eletto Papa, ma riuscì a dirottare i ventotto voti
ricevuti sull’amico “filippino” Card. Alessandro de Medici, il quale per pochi
giorni, come P. Filippo gli aveva predetto, fu Papa con il nome di Leone XI;
ancora nel Conclave da cui uscì eletto il Card. Camillo Borghese, Paolo V, la
sua elezione fu molto appoggiata, ed anche questa volta egli ottenne che fosse
scongiurata.
Dolendosi di dover morire cardinale e con l’ardente
desiderio di tornare ad essere semplice prete, nel 1606 rientrò alla Vallicella
dove spirò il 7 giugno dell’anno seguente, assistito dai confratelli. Trenta
Cardinali parteciparono alle sue esequie nella Chiesa della Congregazione ed una
folla immensa di fedeli che gli strapparono vesti e capelli, come “si suole in
morte di un gran servo di Dio”. Riposa nel sepolcro dei Padri, sotto il
presbiterio di S. Maria in Vallicella, nella umiltà più totale, senza altro
monumento che quella lapide sulla parete destra, che lo ricorda con il
confratello Cardinale Tarugi. Benedetto XIV
lo ha proclamato Venerabile il 12 gennaio 1745.t.
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Venerabile Card. John Henry Newman
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John Henry
Newman, primo di 6 fratelli, nasce a Londra il 21 febbraio 1801. Il padre, John,
era un banchiere mentre la madre, Jemina Foundrinier, discendeva da ugonotti
emigrati dalla Francia dopo la revoca dell'Editto di Nantes.
Nel 1808 Newman entra nella scuola di Ealing (in quei tempi fuori
Londra) dove ricevette un'educazione elevata e manifestò la sua notevole
intelligenza. Il 1816 segnò l'ultimo anno di permanenza a Ealing e
contemporaneamente il fallimento della banca del padre. In questo periodo, sotto
l'influsso di Walter Maser, pastore calvinista, maturò una fede orientata dai
principi protestanti e la convinzione che il Papa fosse l'anticristo.
Nel 1817 entra nel Trinity College di Oxford dove ottenne il
titolo accademico di "Bachelor of Arts". Nel 1822 fu eletto "fellow" dell'Oriel
College, ambiente nel quale sviluppò un'amicizia con Edward Bouverie Pusey. Il
13 giugno 1824 viene ordinato diacono nella Chiesa Anglicana e
divenne coadiutore della parrocchia di St. Clement ad Oxford. Il 29 maggio 1825
viene ordinato sacerdote anglicano.
Dal 1826 al 1832, in qualità di tutor nell'Oriel College, si
occupa della formazione culturale di molti studenti universitari e fu in stretto
contatto con Pusey, John Keble e Hurrel Froude. Il 14 marzo 1828 diventa parroco
nella chiesa universitaria di St Mary, dove svolse una intensa attività
pastorale, soprattutto mediante la predicazione che riscosse molti consensi,
fino al 1843.
Nel 1832 accompagna Froude in un lungo viaggio nell'Europa
meridionale, visitando Roma, Malta, Corfù e la Sicilia. In questo viaggio
incontrò per la prima volta, nel Collegio Inglese di Roma, Nicholas Wiseman, che
diventerà Arcivescovo cattolico di Westminster. Scrive il poema che sarà poi
pubblicato nel 1834 con il titolo di "Lyra Apostolica" ed anche il poemetto
"Lead, Kindly, Light", dove esprime la sua fiducia nella Provvidenza che lo
avrebbe guidato nella realizzazione di una particolare missione.
Tornato in Inghilterra, ad Oxford, poté ascoltare, era il 14
luglio 1833, il discorso di John Keble "National Apostasy", sermone che segnò il
sorgere dell'Oxford Movement, di cui Newman divenne la figura più
rappresentativa.
Dal 1833 al 1841 Newman, Froude,
Keble, Pusey e William Palmer pubblicarono "Tracts for the Times".
Dei 90 saggi
pubblicati Newman ne scrisse 26, incluso l'ultimo il "Tract 90", nel quale egli
cercò di interpretare i 39 articoli della Chiesa Anglicana in un'ottica
cattolica. Ciò gli valse la condanna da parte dell' "Hebdomadal Board"
dell'Università di Oxford e venne sconfessato da 42 vescovi anglicani. Newman
rinunciò alla parrocchia universitaria di St. Mary e il 9 aprile 1842 si ritirò
con alcuni amici a Littlemore, dove, lavorando alla stesura del celebre "Essay
on development of christian Doctrine", maturò la sua conversione alla Chiesa
Cattolica.
Quando nel 1846 Newman si reca a Roma assieme ad alcuni compagni,
anch'essi anglicani convertitisi al cattolicesimo, non è ancora sicuro di
entrare in un ordine religioso oppure diventare un sacerdote secolare. Nel
Memorandum del 1848 Newman scrive che si prese in considerazione il progetto di
entrare nell'ordine dei Redentoristi ma alla fine si scelse l'Oratorio di San
Filippo Neri.
Newman iniziò a frequentare la Chiesa Nuova e i sacerdoti della
comunità. Quando prese la decisione ufficiale di diventare Oratoriano chiese in
via formale al Papa di poter fondare un Oratorio a Birmingham e richiese di
poter adeguare le Costituzioni dell'Oratorio romano alle necessità presenti in
Inghilterra. Nel 1847 Newman assieme a sei compagni inizia il noviziato presso
l'abbazia di Santa Croce dove un'ala dell'edificio viene messa a loro
disposizione. In quattro mesi vennero studiate le Costituzioni, la spiritualità
e le tradizioni dell'Oratorio.
Dopo l'ordinazione sacerdotale, il 2 febbraio 1848, confortato
dall'incoraggiamento di Papa Pio IX (Breve “Magna Nobis semper” del 26 novembre
1847), fondò il primo Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra. La prima sede
venne stabilita a Maryvale, in seguito la comunità si spostò prima a St.
Wilfrid, poi nella Alcester Street a Birmingham e infine, nel 1854, a Edgbaston,
una zona residenziale nella periferia della città. Sempre nel 1848 un gruppo di
religiosi, guidato da P. Frederick William Faber - che dopo Newman è il più
celebre Oratoriano inglese - si trasferisce a Londra dove vengono poste le basi
per la fondazione della seconda Congregazione filippina
inglese.
Nel 1854 Newman viene nominato rettore dell'Università Cattolica
di Dublino, carica che ricopre per quattro anni.Nel 1878, il Trinity
College di Oxford lo elesse come suo "first honorary
fellow".
Il 12 maggio 1879, su istanza di Sua Eccellenza Mons. William
Ullathorne, Newman fu creato Cardinale da Papa Leone XIII, che in tal modo gli
riconobbe "genio e dottrina". Il neo Cardinale scelse come motto "cor ad cor
loquitur", perché egli non pretese mai di fare qualcosa di grande che fosse
ammirato dagli altri, ma di comunicare con la semplicità e la cordialità
dell'amico quanto era richiesto dal principio: "prima di tutto la
santità".
Dopo alcuni anni di crescente debolezza, celebrò la sua ultima
Messa in pubblico il giorno di Natale del 1889 e morì nella sua camera a
Edgbaston l'11 agosto 1890, dopo aver sperimentato ed offerto con fede tante sofferenze ed
incomprensioni, sospetti ed opposizioni, acuite dalla straordinaria sensibilità
del suo animo. Per sua volontà
sulla tomba venne incisa la frase: "Ex umbris et imaginibus in veritatem".
Il 22 gennaio 1991 Newman è stato dichiarato Venerabile da Sua
Santità Giovanni Paolo II.
Definito il Padre "assente"
del Concilio Vaticano II durante e dopo le assisi conciliari, il cardinale
Newman era una guida sicura - affermò di lui Paolo VI - per tutti coloro che
“sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione attraverso le
incertezze del mondo moderno” ed anticipò riflessioni teologiche ed orientamenti
di pensiero che risuonarono abbondantemente nell’ultimo Concilio Ecumenico,
tanto da far dire a molti che egli è il moderno “Dottore della
Chiesa”.
“In occasione del secondo
centenario della nascita del Venerato servo di Dio John Henry Newman - scriveva
Giovanni Paolo II nella lettera Pontificia commemorativa dell’anniversario (che
segue a quelle che lo stesso Pontefice indirizzò negli anniversari del 1979 e
del 1991) - mi unisco volentieri ai Vescovi dell’Inghilterra e del Galles, ai
sacerdoti dell’Oratorio di Birmingham e a una schiera di voci in tutto il mondo,
nel lodare Dio per il dono del grande Cardinale inglese e per la sua duratura
testimonianza”.
“Riflettendo sul misterioso
disegno divino che si dispiegava nella sua vita, - continuava il Papa - Newman
acquisì un senso profondo e persistente del fatto che «Dio mi ha creato per
renderGli un determinato servizio. Mi ha affidato un’opera che non ha affidato a
un’altra persona. Io ho la mia missione» (Meditazioni e Devozioni). Quanto
appare vero questo pensiero ora che consideriamo la sua lunga vita e l’influenza
che continua a esercitare anche dopo la morte!"
"Newman nacque in un’epoca
travagliata non solo politicamente e militarmente, ma anche spiritualmente. Le
vecchie certezze vacillavano e i credenti si trovavano di fronte alla minaccia
del razionalismo da una parte e del fideismo dall’altra. Il razionalismo portò
con sé il rifiuto sia dell’autorità sia della trascendenza, mentre il fideismo
distolse le persone dalle sfide della storia e dai compiti terreni per generare
in loro una dipendenza insana dall’autorità e dal soprannaturale. In quel mondo
Newman giunse veramente a una sintesi eccezionale fra fede e ragione che per lui
erano “come due ali sulle quali lo spirito umano raggiunge la contemplazione
della verità” (cfr. Fides et ratio, Introduzione; cfr. ibidem, n. 74). Fu la
contemplazione appassionata della verità a condurlo a un’accettazione
liberatoria dell’autorità le cui radici sono in Cristo, e a un senso del
soprannaturale che apre la mente e il cuore umani a una vasta gamma di
possibilità rivelate in Cristo."
Non possiamo tralasciare un
accenno alla scelta oratoriana che il neo-convertito compie, prima di tornare in
Inghilterra con il Breve di Papa Pio IX che istituisce l’Oratorio dando a Newman
facoltà di propagarlo in quella Nazione in cui da poco si era ricostituita la
Gerarchia Cattolica
Padre Newman amò l’Oratorio
che aveva scelto, e sentì profondamente di appartenervi. “Amo un vecchio dal
dolce aspetto. - egli scrisse di san Filippo - Lo ravviso nella sua bianca
veste, dal suo pronto sorriso, dall’occhio acuto e profondo, dalla parola che
infiamma uscendo dal suo labbro quando non è rapito in estasi…”. Suonano
significative le parole con cui chiese a Papa Leone XIII un favore, nel momento
in cui gli fu offerta la Porpora romana: “Da trent’anni sono vissuto
nell’Oratorio, nella pace e nella felicità. Vorrei pregare Vostra Santità di non
togliermi a san Filippo, mio padre e patrono, e di lasciarmi morire là dove sono
vissuto così a lungo.”
Il fondatore dell’Oratorio
inglese, che ben conosceva l’esperienza oratoriana delle origini, si collocava,
con tali espressioni, sulla scia dei primi discepoli di Filippo Neri chiamati
alla dignità cardinalizia, secondo la tradizione di affezionata appartenenza che
caratterizza ancora l’ultimo dei Cardinali oratoriani, padre Giulio Bevilacqua,
dell’Oratorio di Brescia, il quale, accettando la Porpora per le insistenze di
Paolo VI, chiese ed ottenne dal Papa di poter continuare il suo ministero di
Parroco nella comunità oratoriana di Sant’Antonio, alla periferia di
Brescia.
Che cosa, in Padre Filippo,
affascinò John Henry Newman, e lo spinse a scegliere l’Oratorio come forma e
metodo della sua vita sacerdotale nella Chiesa cattolica? Padre Newman lo
espresse particolarmente in alcuni splendidi testi: le “Lettere” sulla vocazione
oratoriana; i sermoni predicati nella chiesa di Birmingham sulla “missione di
san Filippo Neri”; alcune preghiere - e tra queste le preziose “Litaniae” -
composte per chiedere all’intercessione del Santo le grazie di cui egli fu
singolarmente arricchito.
Ma c’è un aspetto, pensiamo,
che sopra ogni altro attrasse Newman e che esprime in armoniosa sintesi tutto il
mondo interiore di Padre Filippo: è quello cantato nel primo verso della
notissima poesia-preghiera che in italiano rendiamo: “Guidami, luce gentile”. La
“gentilezza” di Padre Filippo non è soltanto una dote del suo carattere, ma
racchiude la singolare libertà di spirito, tanto cara a Newman, l’amore per una
vita di autentica comunità ma normata da leggi di discrezione, il rispetto delle
doti di ognuno, la sapiente semplicità che fece della gioia di Filippo “una
gioia pensosa”, secondo la bella formula di Goethe.
Newman era stato educato
nella Chiesa Anglicana, aveva conosciuto a quindici anni una prima “conversione”
spirituale che lo introdusse nel cammino della perfezione evangelica, era
diventato sacerdote nella sua Chiesa e parroco di St. Mary, aveva fondato il
Movimento di Oxford per lo studio dei Padri della Chiesa e la storia del
cristianesimo antico, aveva scoperto nella Chiesa Cattolica la Chiesa di Cristo
ed aveva deciso di entrarvi nel 1845 con un passo di enorme coraggio, nel 1847
ricevette a Roma l’ordinazione sacerdotale: una vita vissuta alla luce della
coscienza formata, nel calore della preghiera, nell’incessante studio e
nell’annuncio apostolico della Verità: “profonda onestà intellettuale, fedeltà
alla coscienza ed alla grazia, pietà e zelo sacerdotale, devozione alla Chiesa
di Cristo ed amore per la sua dottrina, incondizionata fiducia nella Provvidenza
ed assoluta obbedienza al volere di Dio” caratterizzano - scriveva Giovanni
Paolo II nella Lettera commemorativa del I centenario dell’elevazione alla sacra
Porpora - “il genio di Newman”.
“Rendendo grazie a Dio -
conclude la Lettera Pontificia del 2001 - per il dono del venerato John Henry
Newman, in occasione dei duecento anni della nascita, preghiamo affinché questa
guida certa ed eloquente nella nostra perplessità diventi anche nelle nostre
necessità un intercessore potente al cospetto del trono della grazia. Preghiamo
affinché la Chiesa proclami presto ufficialmente e pubblicamente la santità
esemplare di uno dei campioni più versatili e illustri della spiritualità
inglese”.
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